Il nuovo strumento: automatico, neutro, triennale
Il cambio più radicale rispetto al 5.0 è nello strumento fiscale: non più un credito d'imposta (che impatta integralmente sul bilancio nell'anno dell'investimento), ma una maggiorazione delle quote di ammortamento deducibili ai fini IRES/IRPEF.
Il beneficio si distribuisce negli anni di vita utile del bene - una scelta motivata da esigenze di sostenibilità del bilancio pubblico, ma che porta con sé un vantaggio concreto: procedure di accesso molto più semplici.
Non è più richiesta la dimostrazione del risparmio energetico effettivo, che era il principale scoglio del vecchio 5.0. Non ci sono vincoli gerarchici tra categorie di beni: ogni acquisto è agevolabile in modo autonomo, senza dover "prima" comprare beni materiali per accedere a software o impianti FER.
E non ci sono più i vincoli DNSH legati al PNRR, che nel 5.0 escludevano le imprese energetiche.
Le aliquote, per investimenti completati tra il 1° gennaio 2026 e il 30 settembre 2028, sono articolate su tre fasce annuali:
| Investimento |
Maggiorazione |
Risparmio IRES effettivo |
| Fino a 2,5 milioni € |
+180% |
43,2% |
| Da 2,5 a 10 milioni € |
+100% |
24% |
| Da 10 a 20 milioni € |
+50% |
12% |
Il 43,2% del primo scaglione è comparabile con il massimo del vecchio 5.0 (45%) e molto superiore al 20% della Transizione 4.0 - con procedure nettamente più snelle.
Come ha ricordato Calabrò, oltre il 95% degli investimenti delle imprese italiane rientra nella fascia dei 2,5 milioni. Le risorse disponibili sono 9,8 miliardi (da 8,4 iniziali, grazie al D.L. 38/2026), con una leva attesa che dovrebbe sostenere tra i 20 e i 25 miliardi di investimenti nel triennio.